La disarmante fragilità mentale del Frosinone

I giallazzurri non brillano né sotto il punto di vista del gioco, né soprattutto sotto quello mentale

Nell’inizio di campionato del Frosinone sta funzionando oggettivamente molto poco, forse nulla. La cosa più preoccupa, però, è la disarmante fragilità mentale che ha la squadra di Vivarini. Nel match contro la Carrarese le motivazioni per scendere in campo con “il sangue agli occhi” erano molteplici: ottenere la prima vittoria casalinga, regalare una gioia ai tifosi, dare continuità dopo la vittoria di Cittadella, battere una diretta avversaria per la salvezza (perché fa strano dirlo, ma almeno ad oggi è così), rispondere alle critiche ricevute e tanto altro.

Contro i toscani, invece, in campo si è vista una squadra spenta e priva di mordente, che non ha approcciato al match come avrebbe dovuto e che inizialmente ha lasciato il pallino del gioco in mano agli avversari. La famosa “scintilla” di cui ha parlato più volte l’allenatore, e che sembrava potesse essere arrivata a Cittadella, non c’è stata: il Frosinone ha mostrato sempre le solite difficoltà sia sotto il piano del gioco che, soprattutto, su quello mentale.

La storia del calcio è piena di favole e di squadre che con mentalità e con le motivazioni sono riuscite a trovare fortuna. Lo abbiamo provato sulla nostra pelle nella scalata dalla Serie C alla Serie A con Stellone in panchina. L’organico che il tecnico romano aveva a disposizione in Serie B, senza nulla voler togliere ai calciatori presenti in rosa, era oggettivamente inferiore rispetto a tante altre squadre della categoria. Eppure il Frosinone quel campionato lo vinse, grazie a un gruppo solido, all’unità di intenti, alla voglia di arrivare, alla fame.

Uno dei principali responsabili di questa situazione, se non il principale, è Vivarini. L’allenatore non è riuscito a dare un’identità alla squadra nei 3 mesi in Ciociaria, i suoi ragazzi non brillano né per il gioco né nella forza mentale. L’incapacità di reagire al gol del vantaggio della Carrarese ne è la dimostrazione, ma di esempi se ne potrebbero fare diversi. Quel che è certo è che serve una svolta e che di tempo ne è passato fin troppo: così si rischia di finire in un tunnel senza vie di uscita. 

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