Frustrazione. Delusione. Scoramento. Individuare le sensazioni dominanti in casa Frosinone dopo il dolente epilogo di ieri non risulta esercizio complicato. E nel dopo partita il presidente Maurizio Stirpe ci ha messo la faccia. Lui, da quasi 21 anni al timone del club giallazzurro, si è presentato davanti ai microfoni per rispondere alle domande dei cronisti. Ai tanti interrogativi derivanti dalla terza retrocessione in B, mai come quest’anno di portata così dolente. Dubbi che il patron ha fugato con signorilità estrema, tenendo una lezione di sportività che meriterebbe di essere ascoltata in loop da tutti i ragazzini che sognano un futuro da campioni nel calcio. Nessuno spazio per scuse accampate qua e là, né tantomeno polemiche o altro. Cosa che avrebbe potuto benissimo fare anche nelle precedenti settimane, emulando quanto posto in essere da qualche suo collega sulla tratta Empoli-Udine. Invece no, soltanto mea culpa e lucida assunzione di responsabilità. Già, perché la grandezza di uno sportivo la si misura più dalle reazioni alle sconfitte che dal modo in cui vive l’euforia della vittoria. E in questo, Stirpe ha dimostrato piena positività nonostante tutto. Tanto da far pensare, in automatico, che forse con questo mondo calcistico non c’entri davvero nulla. Detto ciò, neppure la più mirata delle analisi potrà contestare l’evidenza della cocente delusione sportiva. Perché la salvezza, nella mediocrità globale del campionato in rapporto al raggiungimento dell’obiettivo, era alla portata di questo Frosinone. Sarebbe bastato un punticino per coronare il grande sogno, giusto per rendere l’idea. Invece contro l’Udinese è giunto addirittura un ko.
QUEL MERCATO SUL GROPPONE – Nel mezzo, una serie di “mancanze” che hanno indubbiamente inciso sull’atto conclusivo. A cominciare, come spesso sottolineato su queste colonne, dal flop del mercato invernale. La squadra di Di Francesco, contestualizzando i discorsi al 9 gennaio, aveva chiuso il girone d’andata con 19 punti e, in preda ad una lunga serie di infortuni (altro elemento da approfondire nella sua globalità), necessitava di interventi immediati e chirurgici. Bene i tardivi innesti di Zortea e Valeri – annunciati rispettivamente il 18 e 31 gennaio nonostante se ne avesse un bisogno tremendo -, male il resto. Specie al centro della difesa. Bastava veramente poco per dare continuità al percorso, poi però sappiamo tutti come sia andata a finire. Da Huijsen si è passati a Bonifazi (sconosciuto il link tecnico tra i due profili), accolto tra lo scetticismo generale visti i suoi trascorsi non fortunati in tema fisico. E la musica non ha subito variazioni: il suo arrivo dal Bologna non ha aggiunto niente, a parte tre presenze dall’inizio (sei in termini complessivi). Così come (senza dimenticare la discutibile gestione dell’affare Popovic-Zerbin) quello di Seck in attacco, altro volto misterioso sparito in tempi rapidi dai radar. Peccato che, numeri alla mano, servisse come il pane un attaccante centrale con caratteristiche diverse dagli altri presenti in rosa. Eppure, nulla si è mosso con la convinzione che le cose andassero bene in quella maniera. «Non cerchiamo attaccanti centrali, non li abbiamo mai cercati», disse Angelozzi in conferenza stampa il 25 gennaio. Ma la Serie A, al netto di livelli tecnici non così alti nelle sabbie mobili della graduatoria, non perdona.
LATO TATTICO – Ecco, senza eccessivi giri di parole, si può dire che il supporto a Di Francesco non sia stato così diffuso. Eppure, è innegabile il fatto che il tecnico abruzzese ci abbia messo anche del suo. Perché il crollo verticale avuto dai giallazzurri nel girone di ritorno è inspiegabile, così come lo è divenuto il proprio ostinato integralismo tattico. C’è stato un momento in cui la squadra prendeva gol a raffica, ma lo spartito non cambiava: rettangolo verde presidiato in modo altissimo con la linea difensiva posta quasi sulla linea dei centrocampisti in entrambe le fasi e costretta a fronteggiare a campo aperto gli avanti delle formazioni rivali. Quando se ne è reso conto, passando al 3-5-2 e rivedendo alcuni meccanismi, qualche mutazione c’è stata. Con evidenti giovamenti in termini di risultati e sicurezze. Peccato, però, che sia avvenuto troppo tardi: la data conduce al 30 marzo ed alla trasferta di Genova. Da allora, Mazzitelli e soci hanno ripreso la marcia divenendo padroni del loro destino. Su otto partite disputate – nel periodo più delicato e di rovinosa caduta – sono arrivati cinque pareggi e due affermazioni. Solo una la sconfitta incassata per mano dell’Inter campione d’Italia. Insomma, i ciociari si erano tirati fuori da una situazione tremenda, guadagnandosi la possibilità di giocare in casa lo scontro diretto salvezza con l’Udinese facendo leva su due risultati su tre. Aspetto questo che, forse, ieri la banda DiFra ha abbandonato negli spogliatoi. Bene scendere in campo per vincere, ma giunti ad un certo momento bisognerebbe pur sempre saper gestire. Accontentarsi con umiltà, sostanzialmente.

COME RIPARTIRE – E rimanendo sulla logica della gestione, sono eloquenti le heatmaps delle due squadre relative al secondo tempo. L’Udinese tutta rannicchiata nella propria metà campo, a protezione della porta di Okoye. Il Frosinone, al contrario, tutto proiettato in avanti in maniera fin troppo offensiva e ingiustificata. Sembrava come se Romagnoli e compagni fossero costretti a vincere il confronto con i friulani, quando invece sarebbe bastato il pari. Bravo Cannavaro, dall’altro lato, ad attingere dalla panchina dando più peso all’attacco. Ed il gol di Davis è nato sfruttando tale caratteristica, mediante la complicità dei soliti limiti mai corretti durante l’anno. Le allusioni conducono alla capacità di saper difendere sui traversoni provenienti dall’esterno. Insomma, una serie numerosa di componenti decisive per scrivere l’epilogo più atroce. E adesso è il momento di fare i conti con la realtà. Con un nuovo anno in Serie B da programmare nel migliore dei modi. Non scontata la permanenza del direttore dell’area tecnica, Guido Angelozzi, nonostante sia legato al Leone da altri quattro anni di contratto. Questi saranno i giorni delle riflessioni, come del resto sottolineato dallo stesso presidente Stirpe ieri sera: «In ogni caso avevo intenzione di iniziare la programmazione tra 3 settimane, con una conferenza stampa. Lo faremo anche in questo caso, a fronte della retrocessione. Bisogna avere il tempo giusto, tutti, per metabolizzare. Un risultato molto amaro. Ma abbiamo il dovere di ripartire». The show must go on.



Rosa non Idonea per la A già molto 35 punti
Lezione di Stirpe?cioè dire “la squadra è retrocessa ma il progetto no” cosa vuol dire? La squadra è retrocessa proprio per un progetto sbagliato o volutamente sbagliato!!!
i terzini andavano presi a Gennaio non a fine Febbraio
A Gennaio serviva un difensore centrale integro
serviva un centravanti da A, non queste schiappe di Kajo e Cuni
Siamo la barzelletta d’Italia e per la terza volta siamo andati in serie B. Ieri sera mi sono arrivati tanti messaggi su WhatsApp di amici di diversi parti d’Italia Non potete immaginare le prese in giro Qualcuno l’ho bloccato Comunque non si può andare in serie A con una squadra con giocatori in prestito bisogna comprare è inutile girarci attorno 
La lezione che per la terza volta ha dato Stirpe su come ci si salva in Serie A! Stavolta andandoci con quasi tutta la squadra in prestito, nessuno di questi prestiti mai stato titolare in Serie A.